mercoledì 10 febbraio 2010

IL “SISTEMA BERTOLASO” È UN PERICOLO PER LA DEMOCRAZIA

 o s s e r v a t o r i o     c i v i l e
IL 18 FEBBRAIO MOBILITAZIONE DI SINDACATI, PARTITI, VOLONTARI E MOVIMENTI CONTRO LA PROTEZIONE CIVILE S.P.A


Le indagini della magistratura e le annunciate dimissioni del capo della Protezione Civile hanno strappato il velo sul “sistema Bertolaso”: l'abuso dei poteri di emergenza da parte del capo della Protezione civile nasconde in realtà un ricco groviglio di affari e interessi privati. Oltre a rappresentare un rischio per la democrazia: quei poteri straordinari (sono quasi 700 le ordinanze varate dal 2001 al 2009) vengono oggi ampliati dal decreto 195 che istituisce la Protezione civile spa, appena approvato in Senato. Presto coi poteri di deroga si potranno costruire centrali nucleari e grandi opere, militarizzando il territorio e riducendo a silenzio l'opposizione.

Per impedire questa involuzione autoritaria e affaristica della Protezione civile, il 18 febbraio alle 15,30 all'università La Sapienza di Roma, la rete Osservatorio civile indice un'assemblea “contro la Protezione civile Spa”. Parteciperanno rappresentanti dei sindacati (RdB e Cgil), dei partiti politici (hanno aderito all'iniziativa 60 parlamentari del Pd, esponenti di Idv, Verdi, Pdci e Prc), comitati territoriali e movimenti (Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano, le rete aquilana 3e32, i No Ponte e i No tav), intellettuali ed esponenti del mondo del volontariato di Protezione civile. La mattina del 18 i Vigili del Fuoco aderenti all'RdB hanno indetto, alle 10, un presidio in Piazza Montecitorio contro la Protezione civile Spa.


Per informazioni: www.osservatoriocivile.org
Per adesioni: noallaprotezionecivilespa@gmail.com

c'è qualcosa che non funziona

martedì 9 febbraio 2010

Parte lo show elettorale: si aggrappano a tutto

Ci sono delle cose tollerabili, delle altre che proprio non ci si riesce.
Mi piacerebbe poter dare la colpa ai giornali, ma vedere che si specula ormai, sulla vita, sulla morte, sugli "anniversari" ritenuti "macabri" solo perchè in prossimità di campagna elettorale, è semplicemente sconcio.
questo il testo della lettera, giustificabile forse nel caso che fosse privata.

"Carissime sorelle, è trascorso ormai un anno dalla scomparsa di Eluana Englaro. Vorrei ricordarla con voi e condividere il rammarico e il dolore per non aver potuto evitare la sua morte", si legge nella lettera.

"Vorrei soprattutto ringraziare tutte voi per la discreta e tenace testimonianza di bene e di amore che avete dato in questi anni, i gesti di cura che avete avuto per Eluana e per tutte le persone che assistete lontano dai riflettori e dal clamore in cui invece sono immerse le nostre giornate, sono un segno di carità, un esempio da seguire per me e per tutti noi che abbiamo la responsabilità di governare il nostro amato Paese", continua il presidente del Consiglio. "Vi prego di pregare per l'Italia perché ritrovi pace e serenità nella vita pubblica e in quella privata di ciascuno di noi, cordialmente Silvio Berlusconi".

Nessun rispetto per i familiari, che possa rammaricarsi per delle carenze passi, non comprendiamo davvero il "dolore".




mercoledì 3 febbraio 2010

1915 - 2009 : è cambiato qualcosa?

Non è dunque da stupire se quello che avvenne dopo il terremoto, e cioè la ricostruzione edilizia per opera dello Stato, a causa del modo come fu effettuata, dei numerosi brogli frodi furti camorre truffe malversazioni di ogni specie cui diede luogo, apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale. A quel tempo risale l'origine della convinzione popolare che, se l'umanità una buona volta dovrà rimetterci la pelle, non sarà in un terremoto o in una guerra, ma in un dopo terremoto o in un dopo guerra.
Ignazio Silone... in Uscita di sicurezza...

lunedì 1 febbraio 2010

Il complice silenzio delle istituzioni locali

... dalla rete 3e32...

Dopo quasi 10 mesi dal terremoto è avvenuto il passaggio di consegne tra la protezione civile e gli enti locali. Lo scenario attuale è quello di 8.000 persone ancora in albergo fuori L'Aquila, 17.000 cassaintegrati e una ricostruzione che stenta a ripartire.


Gli ultimi giorni di Bertolaso a L'Aquila sono stati caratterizzati dagli stessi metodi e le stesse contraddizioni di quasi un anno di commissariamento. Con un secco “decido io” il capo dipartimento ha imposto la costruzione di una mensa con tanto di chiesa e convento a piazza d'armi, come al solito senza curarsi della volontà della comunità e delle istituzioni locali. Nel frattempo la Protezione Civile è diventata (con Decreto Legge approvato a dicembre) una S.P.A. con poteri sempre più ampi e sempre più fuori da ogni controllo. Sarà ora possibile per la Presidenza del Consiglio intervenire tramite la protezione civile e il potere di ordinanza nei generici casi di “emergenza sociale, economica o ambientale”. La nuova S.P.A. si occuperà inoltre di grandi eventi e gestione di appalti. Un ruolo sempre più privatistico e politico, molto lontano da quello originario di prevenzione delle catastrofi naturali e messa in sicurezza del territorio, che a nostro avviso la Protezione Civile dovrebbe svolgere. Difficile non ripensare a quella commissione grandi rischi del 30 marzo sciolta dopo appena 28 minuti con un irresponsabile “gli aquilani possono stare tranquilli”. Difficile non pensare agli 8 milioni presi dai fondi del decreto abruzzo per le assunzioni all'interno della protezione civile, mentre i vigili del fuoco sono sottopagati, privi di mezzi e risorse, forse anche per questo il 5 aprile ce n'erano solo 15 in servizio.

Negli ultimi giorni è piovuto un turbine di accuse addosso a Bertolaso a livello nazionale ed internazionale, dopo i suoi commenti su Haiti e sulla gestione “patetica” dell'emergenza da parte degli USA. Secondo Bertolaso gli Usa starebbero sfruttando il terremoto di Haiti come vetrina propagandistica sul piano mediatico.

Venerdì 29 gennaio Bertolaso è tornato a L'aquila, per la cerimonia del passaggio di consegne tenutasi al DICOMAC, a cui erano presenti anche Berlusconi, Chiodi, Cialente e la Pezzopane. Durante la cerimonia il presidente Berlusconi ha annunciato, davanti a decine di giornalisti e telecamere, che Bertolaso (che aveva sempre ripetuto di essere un tecnico lontano dalla politica) si avvia a diventare ministro. L'annuncio è stato accolto da un'ovazione da parte della platea composta da finanzieri, militari e membri della Protezione Civile.

Sempre al DICOMAC il giorno dopo, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario da parte del ministro Alfano, è stato impedito l'ingresso ai genitori dei ragazzi della casa dello studente, che manifestavano contro la legge sul processo breve che probabilmente bloccherà anche i processi sui crolli.

Tutto sommato in 10 mesi le cose non sono cambiate poi così tanto. Continuiamo ad assistere ad abusi di potere, prevaricazione sulle istituzioni locali, mancanza di trasparenza, oscuramento del dissenso, della partecipazione dei cittadini, mentre per la ricostruzione si muove poco o nulla. Il tutto viene mostrato davanti al resto del paese come un miracolo e come un grande successo politico.

Tutto ciò può avvenire anche grazie al complice silenzio delle istituzioni locali. Durante la cerimonia di venerdì Cialente, Chiodi e Pezzopane, ancora una volta, hanno dato prova di totale sottomissione alla strumentalizzazione ed alla presa in giro da parte del governo. Non gli sarebbe costato molto far sentire in un'occasione così importante una minima voce critica su quanto è accaduto in questi mesi a L'Aquila, invece come al solito non hanno fatto altro che prodigarsi per ringraziare il presidente ed il commissario. Non possiamo che provare indignazione per questo pesante silenzio, grazie al quale il governo può convincere il resto d'Italia che a L'Aquila è stato tutto risolto e che abbiamo avuto fin troppo (come ha sostenuto tranquillamente Tremonti). E' una responsabilità grave che le istituzioni locali si assumono anche come cittadini e che ci porta ad affermare che non possiamo assolutamente sentiti rappresentati da chi non ha nemmeno il coraggio di dire la verità.

succede ... a L'Aquila ... usque tandem

Questa storia la racconto in prima persona perché non ci sono altre persone con cui raccontarla. Tecnicamente è un report della mattinata passata ieri al presidio del comitato dei parenti delle vittime della casa dello studente e del convitto dell’Aquila in concomitanza della visita del ministro della Giustizia Angelino Alfano in città presso la Caserma della Guardia di Finanza.
I comitati erano lì per esprimere davanti al ministro la sacrosanta preoccupazione che la legge sul “processo breve” di cui è promotore, possa incidere negativamente sui processi che dovrebbero accertare le responsabilità dei crolli che hanno ucciso i loro figli, la cui salute in quegli edifici pubblici era responsabilità dello stato. Invitati dallo Stato e chi lo amministra a restare lì la notte del 6 Aprile in quella che diventerà la loro prigione in una morte quasi annunciata.
Sono lì mentre ad un Km di distanza lo stato nelle figura del ministro della “giustizia” si trova nel fortino blindato della democrazia: la caserma della guardia di Finanza.
Antonietta, la zia di un ragazzo rimasto ucciso dal crollo della casa dello studente, ha comunicato alla questura lo svolgimento del presidio, e si è accordata con le autorità di farlo all’altezza di quell’incrocio.
Ma questo non è un report. E’ qualcosa di più, o di meno.
A me e a molti altri dei ragazzi con i quali sono venuto da CaseMatte non sembra giusto essere sacrificati in quel modo e dubitiamo che nella concordazione la questura abbia definito dove deve stare e come deve essere, così strettamente, il presidio.
Sotto la pioggia, che è quasi neve, al lato della strada, nel fango, senza neanche poter imboccare lo stradone che porta alla caserma – gli occhi dei figli, nelle foto sui cartelli , uguali a quelli delle madri che portano quei cartelli appesi al collo, sono lasciati ai margini e abbandonati.
Proponiamo di andare almeno dall’altra parte, all’imbocco della strada, che il traffico in parte devi e si lasci la possibilità di comunicare al meglio i contenuti del presidio.
Mi sembra assurdo, che una manifestazione che porti dentro una tematica così forte e giusta, debba essere stipata nell’ombra. E’ stata indetta da persone che hanno perso i figli. Vorrebbe quantomeno esternare le proprie preoccupazioni al Ministro Angelino Alfano. Vorrebbe direttamente da lui delle garanzie che quella legge che promuove non ostacoli la giustizia che loro si aspettano per quelle morti che pesano come un macigno sulla coscienza dell’intera città, e sulla mia.
Perché non siamo sotto quella maledetta caserma? Mi chiedo senza darmi pace? Perché queste persone, se volessero, non possono entrare nella sala “aperta al pubblico” , in cui Angelino Alfano sta parlando. E’ vero lì dentro sono rappresentate da due loro avvocati molto bravi. Ma loro si sono date appuntamento per far vedere che ci sono, che non dimenticano, e chiederanno – sempre – giustizia per i loro figli. Che non sarà un ministretto a potergliela togliere per favorire principalmente gli interessi del suo padrone. Hanno, e abbiamo, tutto il diritto di stare sotto quella maledetta caserma e ottenere la giusta visibilità. Almeno questo mi dico. Che senso ha, altrimenti, quello che stiamo facendo. Ne parlo con alcuni genitori i quali sostanzialmente rispondono che lo farebbero ma non hanno il permesso della polizia. Decido allora di comunicare con il capo della Digos, dicendole che vorremmo almeno occupare la strada, giungere fino all’imbocco del vialone. Lei mi risponde che ha preso accordi con Antonietta che il presidio si svolgesse lì ai bordi della strada, con le foto e i testi delle rivendicazioni beffardamente tagliati dalla pioggia.
Parlo con Antonietta la quale si sente un po’ sotto ricatto: per il presidio c’è la sua responsabilità, la polizia non concede di più e non vuole rischiare. La manifestazione è stata organizzata da lei, grande donna che col suo coraggio a insegnato molto a tutti noi in questo dopo terremoto. Non ci passa per la mente di non rispettarla. .
Eppure ho una gran voglia di parlare con un megafono che non c’è (ma basterebbe utilizzare la voce, urlando) e parlare con i parenti/manifestanti per dirgli che non deve essere la polizia a decidere dove loro possano manifestare ma che la loro reale e legittima richiesta di giustizia, in un paese democratico, può e deve arrivare a essere visibile al Ministro, farsi sentire li sotto dove la solita “cerimonia ufficiale” si sta svolgendo. Ma non ho la forza. Mi piacerebbe che magari qualcuno di loro mi rispondesse malamente a denti stretti, buttando fuori un po’ di rabbia, dicendo che la questione è più la loro che la mia. Sarei contento di rispondere e spiegare pacatamente le ragioni che mi hanno spinto a prendere la parola pur essendo d’accordo con lui – ma non lo faccio. Non ci riesco ma infondo so che dovrei. So che il mio ruolo in quel frangente sarebbe quello di comunicare per prendere tutti maggiore coscienza di quello che stiamo facendo. Rinegoziare i termini. Penso sia giusto perché altrimenti non lo farà nessun altro. Ma non mi ritengo capace. Adesso scrivo con colpa.
Parlo con qualche madre, ho il cuore in gola. Sono comunque contento di stare lì con loro sotto la pioggia-neve che intanto sta diventando neve-pioggia.
Vedo Antonietta che continua a parlare, forse sfogandosi, con il capo della digos. Anche alcuni di noi si rapportano a lei in quanto istituzione più vicina, esecutrice di quegli ordini che di fatto confinano i nostri corpi e la nostra protesta. Sono triste, dovremmo invece parlare tra di noi e organizzarci. Ho un ritornello che mi ronza nella testa e che devo domare per il rispetto che ho verso il comitato che ha organizzato la manifestazione. Il ritornello fa così: CHIEDIAMO GIUSTIZIA CI DANNO POLIZIA QUESTA E’ LA LORO DEMOCRAZIA.
Davanti abbiamo dall’inizio tre macchine della polizia, tre dei carabinieri e una camionetta dei carabinieri. Arriva qualche giornalista. Loro stavano lì ingabbiati dal loro lavoro a riportare l’ultima dichiarazione, a prendere le immagini del ministro e continuare quella narrazione così lontana dalla gente e delle istanze reali. Ci chiedono perché non andiamo lì: gli rispondo “non ce lo permettono”. Penso che anch’io potrei fare quel tipo di corrispondenza. Nessun motivo mi spinge a farlo.
Come per gli altri di CaseMatte sono abbastanza adulto per decidere cosa sia giusto al di là dei riflettori e dei ricatti della polizia. Abbastanza “non-integrato” da avere quei timori che la polizia e la precarietà incutono. Stiamo vivendo insieme da dopo il terremoto scegliendoci la nostra precarietà. Facendoci forza l’un l’altro in autogestione. Non abbiamo paura di prenderci una denuncia. Ci sentiamo ancora uniti. Spero che anche quei parenti delle vittime siano riusciti a farzi forza e che sentano almeno un po’ del nostro appoggio, della nostra solidarietà, della nostra unione.
C’è un controllo molto pervasivo controllo dal 6 Aprile a L’Aquila che scoraggia molto chi vuole reclamare i propri diritti . Un controllo rigido.
Quando con Mattia verso le 11 vado a prendermi il caffè lasciando momentaneamente il presidio, Sara mi racconterà che la digos nervosamente le intimirà nervosamente e con insistenza di dirgli se stiamo andando a cercare un’altra strada per avvicinarci alla caserma.
Quando la pace costa una tale attenzione non vale la pena perché significa che è mantenuta a forza perché senza giustizia.

A. Molletta